Due nomi del secondo Novecento italiano, due ricerche sviluppatesi negli stessi anni e in parte negli stessi luoghi, una pratica artistica realizzata a quattro mani nel 1970 a fare da snodo. Sono Paolo Scheggi (1940-1971) e Vincenzo Agnetti (1926-1981), due figure di riferimento dell'arte contemporanea italiana e internazionale del secondo Novecento, a cui il Museo MA*GA di Gallarate (VA) dedica una doppia monografica in programma dal 24 maggio all'11 ottobre 2026. Il cartellone si completa con un focus dedicato a Giovanni Ferrario (Milano, 1973), Stato di quiete.
Le due mostre – Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971 e Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche – analizzano aspetti specifici della ricerca dei due autori: la progettazione di ambienti vivibili, per Scheggi; l'interesse per la fotografia, per Agnetti. Sviluppate dal MA*GA in stretto dialogo con l'Associazione Paolo Scheggi e l'Archivio Vincenzo Agnetti, le rassegne celebrano inoltre l'ingresso di opere dei due artisti nella collezione permanente del Museo, ottenuto grazie alla vincita di due bandi del Ministero della Cultura.
Il punto di contatto: Il Trono (1970) di Agnetti & Scheggi
Il modo migliore per leggere le due mostre come un sistema è partire dal loro snodo. Esiste, infatti, un'opera realizzata a quattro mani dai due artisti: si tratta de Il Trono. Levitazione secondo Agnetti & Scheggi, concepito nel 1970, che richiama gli ambienti dell'ultima fase della ricerca di Scheggi.
Il Trono è un lavoro concettuale che testimonia la straordinaria vitalità del pensiero dei due artisti, i quali, a partire dalla fine degli anni Sessanta, hanno affrontato alcuni nodi cruciali di natura politica e filosofica ancora oggi al centro del dibattito pubblico: la virtualità del denaro, la manipolazione del linguaggio, la trasmigrazione delle forme culturali e il controllo mediatico. Da quel punto di contatto, i due percorsi possono ora essere letti in parallelo.
Paolo Scheggi (1940-1971): gli ambienti vivibili
Il primo binario è quello di Paolo Scheggi, uno dei protagonisti internazionali delle indagini sperimentali degli anni Sessanta, erede dello Spazialismo e tra i fondatori della pittura monocroma e oggettuale. Scheggi si è confrontato per tutta la sua brevissima carriera – si spegne a soli 31 anni – con il rapporto tra opera e architettura, fino a sviluppare ambienti vivibili e percorribili.
La mostra Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971 è curata da Ilaria Bignotti, curatrice scientifica dell'Associazione Paolo Scheggi, ed Emma Zanella, direttrice del MA*GA, con l'assistenza curatoriale di Camilla Remondina. Riunisce un corpus di 60 opere tra fotografie, documenti e maquette, e si concentra sull'integrazione plastica all'architettura: progetti di ambienti vivibili realizzati tra il 1964 e il 1971, alcuni dei quali ricostruiti dall'Archivio Paolo Scheggi.
Vincenzo Agnetti (1926-1981): le tracce fotografiche
Il secondo binario è quello di Vincenzo Agnetti, uno dei più importanti protagonisti dell'Arte Concettuale italiana del XX secolo. La mostra che il MA*GA gli dedica si tiene nel centenario della sua nascita, ed è intitolata Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche. È curata da Alessandro Castiglioni, vicedirettore del MA*GA, in collaborazione con l'Archivio Vincenzo Agnetti.
La rassegna approfondisce, attraverso 30 opere, l'interesse di Agnetti per la fotografia concettuale e per una pratica che mette al centro la capacità narrativa del frammento fotografico, il dialogo con la letteratura e con la tecnologia.
Spazialismo e Concettuale, due eredità diverse
Letti in parallelo, i due percorsi parlano lingue distinte. Scheggi proviene dallo Spazialismo e si pone in continuità con la pittura monocroma e oggettuale, fino a far uscire l'opera dalla bidimensionalità e a farne un ambiente in cui il pubblico può muoversi: il fruitore non guarda un'opera, la attraversa.
Agnetti, al contrario, lavora sul linguaggio, sul testo e sulla traccia: la fotografia diventa per lui un frammento da abbinare a parole, codici, segni grafici. È un autore che destruttura la rappresentazione piuttosto che spazializzarla.
Ed è proprio in questo punto che le due ricerche si incontrano: sul terreno – tipico della fine degli anni Sessanta – di un'indagine concettuale e politico-ideologica che non vuole più produrre semplici oggetti d'arte, ma porre domande sul mondo. Da qui le opere di Scheggi che segnano il passaggio verso un'indagine metafisica e politico-ideologica, e da qui le tracce fotografiche di Agnetti come dispositivi di interrogazione del reale.
Le opere chiave di Scheggi nel percorso espositivo
La mostra dedicata a Scheggi si sviluppa per stazioni, ognuna costruita attorno a un'opera o a un nucleo. Si comincia con la maquette del Compositore cromo-spaziale (1964), esposto alla Triennale di Milano del 1964 dedicata al Tempo Libero, in una sezione nata dalla collaborazione con Bruno Munari e Marcello Piccardo. Si prosegue con l'Intercamera plastica (1966-1967), il primo vero ambiente esposto alla Galleria del Naviglio di Milano nel gennaio del 1967, documentato anche dalle fotografie di Ugo Mulas e di Ada Ardessi.
Al centro del percorso entra in dialogo la nuova acquisizione del MA*GA: Struttura modulare (1967), composta da tre fogli di legno dipinto, sovrapposti e fustellati, attraversata da due file ordinate di aperture circolari perfette che creano giochi di ombra e luce. L'opera si confronta con Intersuperficie (1966), in un dialogo sulla tensione tra il pieno della materia e il vuoto dell'ombra.
Il culmine arriva con la ricostruzione storica e filologica di due ambienti imponenti, andati dispersi dopo la loro esposizione in Vitalità del Negativo (1970) e alla Biennale di Venezia (1972): la Piramide. DELLA METAFISICA e la Tomba della Geometria. Tra le due si snodano i 6profetiper6geometrie (1971), l'ultimo lavoro di Scheggi, considerato dall'artista un testamento spirituale.
Le opere chiave di Agnetti nel percorso espositivo
Sul fronte di Agnetti, accanto al già citato Trono condiviso con Scheggi, la rassegna del MA*GA presenta alcuni dei suoi lavori più celebri:
- Elisabetta d'Inghilterra (1976), polittico fotografico che riflette sul potere e la sua rappresentazione attraverso quello che Agnetti definiva "teatro statico", richiamando lo sfondo del teatro elisabettiano in un "dramma senza movimento";
- Libro dimenticato a memoria (1970), volume di grandi dimensioni il cui interno è composto solo dai margini esterni che racchiudono uno spazio vuoto.
In dialogo con questi pezzi storici stanno le tre opere appena entrate in collezione permanente.
Le due acquisizioni: Struttura modulare e Dopo le Grandi Manovre
Le due mostre celebrano l'ingresso di opere di Scheggi e Agnetti nelle collezioni permanenti del MA*GA, ottenuto grazie alla vincita di due bandi promossi dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura:
- la Struttura modulare (1967) di Paolo Scheggi, acquisita grazie al bando PAC – Piano per l'Arte Contemporanea 2025;
- tre opere di Vincenzo Agnetti appartenenti al ciclo Dopo le Grandi Manovre, acquisite grazie al bando Strategia Fotografia 2025.
La serie Dopo le Grandi Manovre si forma dopo il ritrovamento, da parte di Agnetti, di un fondo ottocentesco di fotografie giapponesi a Gibilterra: l'artista milanese riprodurrà quelle immagini con approccio concettuale, abbinandole a elementi grafici e testuali.
La performance OPLA in occasione di ARCHIVIFUTURI
Durante il periodo di mostra, e in particolare in occasione di ARCHIVIFUTURI. Festival degli Archivi del Contemporaneo, in programma dal 5 al 21 giugno 2026, sarà riproposta la performance OPLA-azione-lettura-teatro: un'azione urbana ideata e costruita da Paolo Scheggi nel 1969, svoltasi originariamente come happening in via Manzoni a Milano e nel centro storico di Firenze.
Giovanni Ferrario, Stato di quiete
Accanto alle due monografiche storiche, il MA*GA propone un focus dedicato a Giovanni Ferrario (Milano, 1973), Stato di quiete. Il progetto, inedito, presenta una serie di sedici nature morte, appartenenti al ciclo Atlante del verosimile (2025), realizzate utilizzando l'Intelligenza Artificiale. Le opere giocano sulla contrapposizione tra l'apparente immobilità dell'immagine e l'instabilità dei processi che la generano, al punto da sembrare sospese nel tempo, pur essendo il risultato di flussi continui di dati, calcoli e probabilità.
È, in qualche modo, un terzo binario: aggiunto ai due percorsi storici di Scheggi e Agnetti, propone un'immagine del presente che usa strumenti diversi ma che fa domande affini su linguaggio, immagine e processi.
Cornice: Varese 2030
Le tre rassegne sono realizzate nell'ambito di Varese 2030, progetto promosso dalla Provincia di Varese e finanziato dalla Fondazione Cariplo. Media partner: Sky Arte.

Informazioni utili per la visita
- Mostre:
- Qui e altrove. Gli ambienti di Paolo Scheggi 1964-1971
- Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche
- Giovanni Ferrario. Stato di quiete
- Sede: Museo MA*GA, via E. De Magri 1, Gallarate (VA)
- Periodo: dal 24 maggio all'11 ottobre 2026
- Orari:
- martedì, mercoledì, giovedì e venerdì: 10.00 – 18.00
- sabato e domenica: 11.00 – 19.00
- Biglietti: intero € 12,00; ridotto € 10,00; ridotto speciale € 8,00. Acquisto online sul sito TicketOne.it o in loco presso la biglietteria
- A cura di: Ilaria Bignotti e Emma Zanella (Scheggi); Alessandro Castiglioni (Agnetti)
- Informazioni: tel. +39 0331 706011 – info@museomaga.it
- Sito ufficiale: www.museomaga.it
Approfondimento e copertura completa anche su zerodelta.net.
